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La resistenza Nella zona del “Casone”
di Argomenti On-Line  16/11/2003


Di Luigi Arbizzani Storico della Resistenza

Da qualche anno è in progetto la redazione di un volume che riguarda i 12 comuni che hanno promosso il recupero dell’area del Casone ( Argelato, Baricella, Bentivoglio, Castello D’Argile, Castelmaggiore, Galliera, Granarolo Emilia, Malalbergo, Minerbio, Pieve di cento, San Giorgio di Piano e San pietro in Casale) e che costituiscono il territorio in cui hanno operato due Brigate partigiane: la IIa Paolo e la IVa Venturoli, o per meglio dire una parte della IVa Venturoli, che  in origine aveva giurisdizione anche sui comuni di Budrio, Castenaso, Ozzano e San Lazzaro.

Tratteggerò i fatti salienti relativi alla lotta dei partigiani e dei civili per la Liberazione, e alle questioni attinenti alle strutture e all’ambiente di questi 12 comuni ( d’ora innanzi denominati “Zona”). Partirò dal giorno della caduta del fascismo.

Il 25 Luglio 1943 in tutti i comuni del bolognese accadero dei fatti più o meno rilevanti per la loro dimensione, ma carichi di esultanza nel dare forza all’idea della pace e della lotta contro i tedeschi. Nell’appello col quale i partiti antifascisti bolognesi convocarono una manifestazione a Bologna, in Piazza Maggiore, il giorno 26 Luglio, erano contenute queste parole d’ordine: “Pace”e “Via i tedeschi dall’Italia”.

Quel giorno era gia stato individuato l’obbiettivo proncipale: quello di combattere il nemico che avevamo in casa e che avrebbe continuato a consolidare le sue prepotenze nei mesi successivi, particolarmente dopo l’armistizio dell’8 Settembre’43 e fino all’Aprile ’45. Vi furono in Zona dei fatti importanti e non uguali e che quindi sono da descrivere nei particolari se si vuole fare una storia che parli alla gente del luogo e che voglia essere capita e sentita come cosa reale.

Per esempio, a Castelmaggiore, dove c’era una caserma del VIo Reggimento Genio Ferrovieri, parteciparono alle dimostrazioni che si svolsero nel comune anche dei militari. Da Funo e da Castelmaggiore andarono alla manifestazione di Bologna, nel pomeriggio del 26 Luglio, almeno 6-700 persone. A San Giorgio due fontane ebbero spezzati i due fasci litori che le ornavano.

Ricordo che tre sangiorgesi corsero a Massumatico per demolire un monumento che ricordava uno squadrista che aveva provocato un conflitto a fuoco contro i socialisti del luogo, e che si concluse con la sua morte. I tre furono arrestati durante il governo Badoglio, ma poi vennero liberati e divennero i primi partigiani. Altre manifestazioni avvennero a Galliera, dove Onorato Malaguti, che aveva fatto 8 anni di galera per essere antifascista,  cappeggiò con una vecchia bandiera tricolore senza lo stemma sabaudo la manifestazione che si svolse a San Venanzio.

Ci furono da parte dei lavoratori e dei contadini impegnati nella trebbiatura del grano sospensioni dal lavoro e cortei in tutti gli altri comuni. Vi furono comizi, abbattimenti di insegne, cancellazioni di motti del Duce, sbattezzamenti di strade intestate a fascisti, e grande gioia e impegni da quel giorno in poi per combattere per la cacciata dei tedeschi e per la pace.

La prima riunione per la guerra di liberazione, avvenne nei campi tra Stiatico e Funo, nei giorni immediamente dopo il 25 Luglio.

La tenne Giorgio Scarabelli, argelatese di nascita ma trasmigrato a Sala Bolognese. Scioperarono gli operai delle officine Barbieri di Castelmaggiore, l’unica fabbrica metalmeccanica esistente in tutta la zona, e dove venivano costruite parti importanti per le navi. Altri gruppi di lavoratori erano al lavoro in stabilimenti connessi con l’agricoltura: la Montecatini a San Giorgio, che produceva concimi, diversi canapifici e magazzini dei fratelli Venturi e diversi silos granari.

Sarebbe estremamente utile fare un lavoro di ricognizione negli archivi comunali e tra coloro che hanno raccolte di immagini personali, per trovare delle testimonianze della storia di quei giorni.

Quando si è cercato di spigolare in quel senso, si sono ritrovate le immagini della Casa del Fascio che fu semidistrutta per abbattere la grande aquila che aveva sulla cima, ripetendo così la furia dei cittadini di Bologna che disarcionarono Mussolini dal monumento equestre che era sotto la Torre di Maratona, lasciando là il cavallo senza più il cavaliere.

Gli strateghi militari italiani avevano escluso che nella pianura potesse essere condotta un’attività partigiana oppure la guerriglia. Dopo l’8 Settembre, nella pianura bolognese, e nella nostra Zona,sulla base dell’esperiena e della tradizione sociale che la polazione di questi luoghi aveva acquisito da decenni,  si mise in atto un’azione per fare una guerra vera e propria, facendo la lotta sociale per risolvere problemi economici reali: scioperi, manifestazioni di piazza e delegazioni di protesta. Dopo l’Armistizio nei 7 comuni dove c’erano i silos granari, edifici costruiti dal regime dotati di accessori per l’ammasso e la conservazione e distribuzione del grano, avvennero assalti popolari. Migliaia di quintali di grano vennero asportati dalla popolazione e distribuiti quasi sempre con ordine ai singoli. Questa è una prima azione che mostra qual’era l’impulso fra la gente e che metteva in condizioni chi compiva questi atti, che i tedeschi avrebbero voluto sanare con la distribuzione del grano e con la minaccia di misure militari, di sentirsi già resistente, perchè ogni boccone di pane che mangiava era un arbitrio rispetto al fascismo e una conquista di alimenti rispetto ai tedeschi che li avrebbero rubati, perchè una delle ragioni principali dell’occupazione era di poter rapinare tutto il grano, tutta la canapa, tutti i prodotti industriali per poter continuare la loro guerra. La Germania infatti stava andando verso la fame e le sue fabbriche erano gia colpite durante dall’aviazione alleata. Nella Zona, nel marzo ’44,  avvengono manifestazioni di piazza e solidarietà con gli operai in sciopero e proteste contro le cartoline rosa per il reclutamento nella RSI e per la deportazione in Germania; contro i rallestramenti dei nazisati  dei fascisti, che avevano il chiaro significato di voler terminare la guerra in corso; contro le restizioni alimentari per nutrire i ragazzi, e la popolazione che da tempo mangiava al di sotto del livello minimo di calorie necessarie per chi lavora e per la sopravvivenza; manifestazioni che cominciarono in maniera drammatica con la fucilazione dellle donne di Funo che i fascisti operarono tra Casadio e Argelato il 23 Aprile del ’44.

Durante i 600 giorni della RSI in questa Zona avvengono 48 manifestazioni di piazza che, in alcuni casi, portarono alle dimissioni dei Commissari Prefettizi, cioè i sostituti ei Podestà fascisti. Scioperano gli operai che eseguivano lavori ferroviari, le ferrovie erano il bersaglio quotidiano degli aerei angloamericani: i tedeschi avevano bisogno delle ferrovie. La tratta Bologna Ferrara fu colpita più volte; il primo sabottaggio partigiano avviene subito dopo l’8 Settembre tra San Giorgio e San Pietro; si scioperò alla Ballandi di Baricella, dove si lavora il vermuth, alla Todt gli operai fecero sciopero sul posto di lavoro a cui erano costretti dai tedeschi. Poi si successero vari scioperi delle mondine: lo sciopero generale si attuò  fra il 10 e 21 Giugno ’44, con scioperi e astensioni dal lavoro, attuate conune per comune, che andarono dai 4-5 giorni fino ai 10 giorni di San Pietro, e che coinvolsero 6500 lavoratrici. Nel ’44 le trebbiatrici cominciarono a lavorare in settembre e non in luglio come accade adesso, perchè prima ci fu una resistenza da parte dei contadini produttori di grano che rallentò tutte le operazioni, e con il concorso dei partigiani della VIIma Gap si bruciarono le trebbiatrici dei padroni che aiutavano i tedeschi; la trebbiatura avenne quindi quando la Resistenza reputò che non si poteva attendere la Liberazione. I partigiani portarono attacchi alle Case del Fascio minando gli edifici: da Argelato fino a Castel d’Argile. Qui avvennero combattimenti campali, anche se normalmente il partigiano non compiva atti fronte a fronte, ma pizzicava e poi si ritraeva, perchè non aveva un esercito, caserme e ospedali, e sopratutto doveva mangiare. Anche Garibaldi nel 1870 diceva al fido Ricciotti che bisogna sempre assicurarsi la ritirata. Uno di questi combattimenti avvenne a Malalbergo, uno a Sabbiuno (Castelmaggiore) e un ultimo,il più grande, all’alba della Liberazione, si svolse partendo dal Casone verso la massicciata ferroviaria, fino in centro a San Pietro, e che costò la vita a molti partigiani. Anche io il giorno dopo mi trovai all’ospedale, ferito in combattimento, con diversi sanpietrini colpiti alla schiena e al ventre, perchè qui i tedeschi usavano una tecnica antipartigiana sparando dall’alto degli alberi nascosti tra il fogliame, e i partigiani se ne accorsero dopo aver avuto molti compagni feriti.

Nella Zona si svolsero anche giornate pre-insurrezionali, a Bondanello, Galliera e Massumatico, alle quali seguì il combattimento nella Valle delle Tombe, che porto alla morte 5  partigiani.

I tedeschi non reagirono come a Marzabotto, ma contro i singoli partigiani e civili. I tre punti massimi della loro violenza furono le fucilazioni di Argelato e l’incendio pressochè totale dell’abitato di Funo, e il 9 Agosto del ’44 avvenne l’eccidio di Sabbiuno, dove vennero uccise 33 persone tra le quali 6 donne, e infine l’eccidio di San Giorgio consumato nelle ultime ore prima della Liberazione, il 22 Aprile. Come si vede, si tratta di un complesso di azioni, di uomini e di donne, di partigiani e di civili, che sono da valorizzare per il loro significato umano, militare e strategico. Un’ultima annotazione riguarda il fatto che il territorio considerato è attraversato da più corsi d’acqua, e i tedeschi hanno resistito all’VIIIva Armata Inglese per mesi, da Rimini fino a qua, usando una tecnica particolare di utilizzo dei corsi d’acqua e degli argini, gestiti come una serie di fortificazioni che per i tedeschi erano considerati una linea di resistenza. Ma i tedeschi dovettero invece precipitare la loro fuga da qui a oltre il Pò, proprio per il modo in cui reagirono i partigiani in questi comuni, perchè ci furono operazioni e combattimenti che incalzarono i tedeschi ad una ritirata precipitosa e drammatica: scappavano come dei boia e rubavano le biciclette per poter correre un più forte, trascinavano i carri armati con i buoi. Fu indescrivibile!

Tutto questo secondo me, se studiato e narrato in modo sistematico, con l’impegno di tutti i comuni, delle sezioni dell’Anpi, facendo appello a tutte le persone che sono in grado di dare un qualsiasi documento, sarebbe un modo per far capire a molti cosa è stato il dramma della lotta di Liberazione e quale è stato il sacrificio per arrivare a conquistare la libertà e le condizioni di vita e lavoro che ci sono oggi.




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