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Il nuovo sfruttamento si chiama precarietà
di Argomenti On-Line  28/12/2004


Alessandro Canella

In una recente seduta del Consiglio comunale abbiamo votato un ordine del giorno relativo al caro-vita che affligge tutti gli italiani. È ormai palese come il potere d’acquisto di salari e pensioni sia notevolmente diminuito a causa di uno spropositato e immotivato aumento dei prezzi. Basti pensare che gli stipendi aumentano in media del 2,1%, mentre l’inflazione reale galoppa oltre il 3%.

Tra le categorie maggiormente colpite da tutto ciò c’è quella dei lavoratori precari. Questa è una categoria per certi aspetti nuova, se non altro per il fatto che è stata ufficializzata da atti legislativi recenti.

Il lavoratore precario è colui che lavora (e quindi percepisce uno stipendio) per un periodo di tempo limitato, o comunque con un contratto che permette al datore di lavoro di interrompere il rapporto con estrema facilità.

Il lavoro precario è quel lavoro che non dà certezze né diritti, ma che lascia il lavoratore assoggettato al volere di quello che un tempo veniva chiamato “il padrone”.

La terminologia si evolve e con essa anche gli stratagemmi dello sfruttamento. La conquista dei diritti sindacali non ha sancito la sconfitta dello sfruttamento; semmai l'ha spinto a cercare nuovi modi, più subdoli, ma sempre efficaci, per fare del lavoratore semplice manodopera di cui sfruttare il plus valore. Oggi una persona può essere assunta in una quarantina di modi diversi, con contratti che non permettono di avere garanzie sul proprio futuro. Il famoso posto fisso è ormai un sogno per pochi fortunati.

Nuovi lavori, nuovi sfruttamenti: lo sfruttamento vero e proprio non si chiama “doppio-turno” o “straordinario-non-pagato” (fenomeni che comunque continuano ad esistere). Lo sfruttamento si chiama “precarietà”. Approfittando di un sistema legislativo che fa acqua da tutte le parti e che, nella sua incompiutezza, si dimostra sfacciatamente liberista, il lavoratore è vessato, umiliato e, quindi, ridotto all'obbedienza al sopruso dalla minaccia del mancato rinnovo del contratto a termine o di formazione-lavoro. Leggi che ufficializzano la precarietà, dunque, come la Legge 30, l’espressione dell’idea che il governo Berlusconi (quello che voleva togliere l’articolo 18) ha del mondo del lavoro.

Un certo grado di responsabilità, però, spetta anche alla Sinistra, rea di aver proposto il concetto di “flessibilità” senza essersi adeguatamente curata di prevenire le distorsioni che questo poteva subire. In fondo la precarietà è la flessibilità senza tutele.

Ma cosa significa, nel concreto, essere un lavoratore precario? Significa non avere un futuro. Significa non poter mettere su famiglia, perché non si sa per quanto tempo si potrà percepire uno stipendio per mantenere se stessi e i figli. E anche se un lavoratore, grazie alla propria buona volontà, riesce a lavorare tutto l’anno, saltando da un contratto a termine all’altro, viene comunque penalizzato. Come? Ad esempio gli viene negato il diritto di avere una casa, dal momento che le banche concedono mutui solamente a chi ha un contratto a tempo indeterminato. Forme di vera e propria esclusione sociale, quindi, che lo gettano ancora di più in uno stato di incertezza, togliendogli ogni aspettativa ed ogni progetto.

Come Sinistra, ovvero come quella parte politica che è nata storicamente come espressione dei lavoratori, dovremmo tornare ad interessarci delle tematiche del mondo del lavoro che in questi anni, a mio avviso, sono state un po’ trascurate.
Dobbiamo maturare la consapevolezza che garantire i diritti di ogni lavoratore non significa penalizzare altre categorie, non significa frenare l’economia ma, al contrario, rilanciarla e qualificarla.


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