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25) STORIA DI UN INCUBO
di Santino Zorzino  31/07/2007


Come i potenti, per non aver nemici, plagiarono le genti e distrussero le bici.

Avevo accennato nell'articolo n.10 ad un incubo notturno (andare a Bentivoglio in bici lungo Via Marconi), ed alla terapia consigliatami dal dottore (fare il percorso sulla nuova pista ciclabile due volte al giorno, mattino e sera, per una settimana). Purtroppo recentemente l'incubo mi si è ripresentato con maggiore frequenza. Sono tornato dal dottore che mi ha suggerito di esternarlo nella maniera più completa possibile perchè è un ottimo rimedio per rallentarne le apparizioni, nell'attesa della cura definitiva, non appena sarà completata la sospirata pista.
Per questo mi sono deciso a raccontare l'intera storia.

C'era un tempo in cui i giacimenti petroliferi stavano esaurendosi. Le emergenze energetiche si susseguivano a ritmi incalzanti. Bastava una minaccia di crisi in un paese lontano, un evento naturale anomalo in un'area di estrazione o un guasto negli impianti di trasporto e raffinazione che sùbito i prezzi del greggio s'impennavano, e sempre più frequentemente si arrivava al razionamento. Le compagnie petrolifere, nonostante il notevole calo di produzione, non perdevano occasione di aumentare i prezzi per conservare i lauti guadagni che avevano avuto quando le estrazioni erano al massimo.
A quel tempo le democrazie governavano in tutte le nazioni, ma l'effettivo potere era concentrato nelle grandi multinazionali che con la globalizzazione avevano esteso il loro dominio in ogni settore importante, in ogni angolo della terra, e condizionavano l'attività politico-economica, manipolando l'informazione che era tutta nelle loro mani come proprietà, e quasi tutta ai loro piedi come asservimento.
Fra le organizzazioni che si battevano per uno sviluppo alternativo ce n'era una denominata "CIBIoBICI" che riuscì a creare un forte movimento a favore dei cibi naturali e della bicicletta, riscuotendo un crescente consenso da parte dei giovani.
Fu così che i vertici delle multinazionali del petrolio si sentirono minacciati dalla cultura rivoluzionaria che la bici rappresentava, e decisero di approntare una strategia d'attacco su vari fronti, con l'obiettivo di cancellare per sempre dalla mente umana il desiderio di andare in bicicletta.
Iniziarono dal settore sanitario al quale affidarono l'incarico di diffondere notizie allarmanti per la salute dei ciclisti. Un po' alla volta, a partire dalle riviste specializzate, comparirono delle interviste a dei ricercatori che annunciavano la pericolosità dei sellini per gli organi riproduttivi maschili e femminili, poi alcuni illustri ortopedici dichiararono che la posizione arcuata della schiena procurava danni irreversibili alla spina dorsale, quindi due illustri cardiologi si focalizzarono sugli effetti nocivi al cuore per via degli sforzi durante le salite, e come se non bastasse alcuni pneumologi evidenziarono i danni all'apparato respiratorio per le sudate e gli eccessivi raffreddamenti nelle discese.
Ovviamente la stampa e la tv diedero molto spazio a queste notizie aggiungendovi quell'enfasi e quei toni allarmistici che in confronto al "caso aviaria" ebbero degli effetti sulla popolazione ben più vasti ed inquietanti.
Un altro fronte di manipolazione fu quello del costume: alcuni personaggi di successo, attori, sportivi, politici presero a ridicolizzare il ciclista rappresentandolo come un individuo sempliciotto e retrogrado; in seguito la pubblicità utilizzò questa nuova figura, così che nel volgere di pochi anni diventò un convincimento diffuso l'abbinamento ciclista-babbeo.
Nello stesso periodo venne lanciata sui mass media una campagna per dimostrare la pericolosità di quel mezzo di trasporto ormai sorpassato. I telegiornali non mancarono l'appuntamento quotidiano con l'incidente stradale, documentando i particolari  raccapriccianti e attribuendo la responsabilità all'insicurezza implicita nel veicolo a due ruote o all'indisciplina dei ciclisti, facendo passare per vittime le automobili, ed aggiungendo sempre i costi sanitari e di carrozzeria che gli incidenti comportavano per la comunità.
Naturalmente decisero di abolire le corse ciclistiche a causa della pericolosità e dello scarso pubblico che le seguiva.
Non passò molto tempo che fu aumentata l'Iva sull'acquisto delle biciclette, e fu introdotta una tassa annuale, tipo bollo auto, con l'obbligo dell'assicurazione.
Le vendite, già sensibilmente diminuite, crollarono. I ciclisti si ridussero ai minimi termini. Le piste ciclabili contarono pochissimi frequentatori e furono soppresse, liberando lo spazio per le moto e le auto che col passare degli anni aumentavano sempre più di dimensioni e di potenza, le prime erano ormai tutte a tre o quattro ruote, le seconde erano dei suv di almeno tre tonnellate, mentre stava già dilagando la moda dei cingommati (cingolati dal nastro di gomma). Nel contempo si incentivò la rottamazione delle bici, offrendo forti sconti per la conversione in moto ed in auto.
Come se non bastasse anche la scuola fu coinvolta in una campagna martellante d'educazione stradale dove al primo posto si condannava l'uso della bicicletta.
A questo punto i risultati non poterono mancare: nel giro di una generazione la parola bicicletta divenne sinonimo di arretratezza, di pericolo per la comunità e quanto di più negativo si possa attribuire ad un mezzo di trasporto, e quasi nessuno osò utilizzarla.
Seguì il colpo di grazia con l'ordinanza del ministro degli interni che obbligava i cittadini a consegare le biciclette di cui non si erano ancora disfatti, come alla fine d'ogni guerra si ìntima agli sconfitti di consegnare le armi. 
A partire da una certa data, coloro che venivano trovati in possesso di una bicicletta avrebbero subito il sequestro del mezzo ed una multa salatissima, e, se scoperti a pedalare, sarebbero stati costretti a percorrere in bici o a piedi un tracciato definito "percorso della vergogna", quasi una tortura, come tanto tempo prima usava mettere alla berlina i malfattori. Per San Giorgio e Bentivoglio era stato scelto il collegamento tra i due comuni, partendo dalle rispettive piazze con un tragitto di andata e ritorno lungo via Marconi.
Ma come sempre succede nelle situazioni di tirannia, un piccolo drappello di resistenti non aveva obbedito, ed aveva smontato pezzo per pezzo le bici nascondendole nei luoghi più impensati.
Tutto questo era accaduto molto tempo prima, così mi aveva raccontato la nonna, e all'epoca del sogno nessuno sapeva andare in bicicletta, tranne pochi irriducibili che in qualche scantinato o garage si esercitavano a stare in equilibrio ed a percorrere brevi tratti al riparo dalla vista degli estranei.
Malvolentieri avevo imparato a zigzagare nella cantina dei nonni, ma ero terrorizzato dalla paura di venire scoperto e di essere ridicolizzato di fronte a tutti, soprattutto dagli amici. A poco erano valse le spiegazioni della nonna sulla necessità di tenere viva la cultura rivoluzionaria della bicicletta, che per me era come un paio di scarpe fuorimoda che mai avrei indossato, se non di nascosto, per farla contenta, e neppure era servito l'ardore con cui mi stringeva e baciandomi sussurrava: dare baci e andare in bici, rende tutti più felici.
Il resto della storia è l'incubo vero e proprio allorchè sono condannato al "percorso della vergogna", e costituisce il tormento notturno di cui avevo già parlato.
Oh, adesso mi sento proprio sollevato, e fiducioso nelle parole del dottore mi pregusto già delle notti tranquille.
Quasi quasi vado a provare di fare un sonnellino.


Fine, ciao.




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